Istanbul

Giorno 1

Questa storia inizia con un bonifico, un bonifico insperato, trovato sul conto corrente mentre facevo una ricarica on line del telefonino, per un lavoro finito circa un anno prima e per cui avevo perso le speranze di essere pagato.
Una somma, che seppur piccola, faceva sempre piacere in quanto del tutto inaspettata.
E quale modo migliore di spendere del denaro che non ti aspetti se non quello di trasformarlo in una mini vacanza di 4 giorni?
Restava da scegliere la meta:
Europa? Direi proprio di si, ma si può visitare qualcosa di diverso dalle classiche capitali europee?
Qualcosa dal fascino esotico che si può trovare solo al di fuori dei confini europei?
Qualcosa di realmente diverso da quello già visto spendendo cifre contenute?
Qualcosa con cultura, tradizioni e, perché no, sapori e profumi diversi da quelli in cui ci imbattiamo muovendoci abitualmente nel corto - medio raggio?
Beh non proprio… perché la scelta è ricaduta su Istanbul, una città a cavallo tra Europa e Asia, situata in uno Stato che da anni lotta per entrare nella Comunità Economica Europea e che vive a cavallo tra tradizione e modernità, tra antico e moderno, tra occidente e oriente.
Partenza da Venezia e arrivo a Istanbul con volo diretto due ore e trenta più tardi. Volo tranquillo ma non dei più economici.
Arrivo all’aeroporto principale della città, moderno e ben tenuto. Per arrivare in centro decidiamo di risparmiare qualche lira turca muovendoci con una metropolitana di superficie che, con un solo cambio, dovrebbe portarci vicino al nostro albergo.
Forse i taxi turchi sono molto cari, forse la metropolitana qui è incredibilmente efficiente ed economica o forse oggi c’è solo molta gente, fatto sta che sembra che tutti i 12 milioni di abitanti della grande Istanbul si siano dati appuntamento su questo treno.
Belli schiacciati riusciamo a cambiare linea fino al nostro albergo situato nella città vecchia a due passi dalla Moschea Blu e AyaSofya.
Scesi dal tram, passando tra questi due imponenti edifici, concordiamo che la scelta di Istanbul come meta alternativa alle capitali europee è decisamente azzeccata.
Sistemati i bagagli in albergo siamo pronti per il primo assaggio di oriente.
Beh, visto che siamo qui iniziamo dalla Moschea Blu. L’ingresso è gratis e nessuno di noi tre è mai stato in una moschea.



Problema numero uno: indovinare gli orari di apertura al pubblico.
Soluzione: fortuna, l’orario è azzeccato.
Problema numero due: per le signore serve coprirsi il capo con un velo.
Soluzione: fortuna, oggi è terribilmente freddo con molta aria e tutti tre siamo attrezzati con sciarpe e foulard per la gola che, per l’occasione, diventano copricapo per le donzelle.
Problema numero tre: per entrare bisogna togliersi le scarpe, speriamo bene, siamo in piedi da 12 ore e abbiamo viaggiato con auto, aereo, e due tram…
Soluzione: fortuna, poteva andare molto peggio…
Se la struttura esterna con i suoi minareti e le sue molteplici cupole colpisce al primo sguardo, gli interni non sono da meno.
L’enorme tappeto che ricopre tutta la superficie calpestabile, gli le pareti decorate e l’enorme struttura in ferro che cala dal soffitto per sorreggere le candele colpiscono chi, come noi, non aveva mai avuto occasione di visitare un luogo di culto mussulmano.


La sera inizia a calare e, appena fuori dalla Moschea Blu, il canto del Muezin che richiama i fedeli alla preghiera ci sorprende. Anzi, a dirla tutta, ci spaventa. Sapevamo che c’era ma non potevamo neanche lontanamente immaginare che venisse diffuso ad un volume così alto.
Il pensiero successivo va all’indomani mattina. Il primo canto è previsto alle cinque e la nostra stanza è situata a 200 metri in linea d’aria dal minareto della Moschea da dove viene diffuso a pieni polmoni il canto… ma si… siamo in vacanza, siamo giovani, dormire non è una nostra priorità… almeno credo… spero…
Il buio inizia a calare e le luci illuminano la Mosche blu e AyaSofya. Tra le due una fontana gioca con l’acqua e i colori disegnando forme dalle mille sfumature.


Come da tradizione ci avviamo in una pasticceria a sfamare Renata. Entriamo nel primo locale che troviamo e torniamo indietro nel tempo agli inizi del ‘900 in quello che sembra un caffè letterario parigino.
Il mobilio, i camerieri, persino il menù e i pasticcini che ci portano sembrano sbucare fuori da un’atmosfera degli anni ’30.



Il primo giorno era volato ed era tempo di tornare verso il nostro alloggio poco distante.

Giorno 2

Primo giorno pieno a Istanbul. Anche oggi visita a una moschea, visto che non ne abbiamo mai vista una, tanto vale esagerare e vederne il più possibile. Oggi quindi ci dirigiamo verso Suleymaniye Cami.
Fa maledettamente freddo per queste latitudini, mentre il vento deve essere una costante di Istanbul. Come al solito abbiamo sbagliato abbigliamento, pensavamo fosse più caldo ma va bene così.
La passeggiata che conduce alla moschea ci porta a passare davanti al Gran Bazar e poi su, verso una strada in salita, sempre meno trafficata e con sempre meno gente.
Qualche donna col burqa integrale nero passeggia per le stradine deserte accompagnando i bimbi. I palazzi si fanno spogli e via via sempre più fatiscenti, qualche negozio espone dei vestiti su manichini che devono aver visto giorni migliori. I pali della luce sembrano piantati a caso e i fili elettrici penzolano pericolosamente lungo la strada. In tutto questo qualche segno di modernità si percepisce dalle antenne paraboliche fuori da qualche balcone con le finestre chiuse.



La moschea ci accoglie dietro un muro spoglio che racchiude un piccolo cimitero ben curato. Sembra una di quelle chiese dei paesini di montagna.
Un uomo si risciacqua i piedi nelle apposite postazioni fuori dal luogo di culto.
Il silenzio, il freddo, le poche persone, per lo più turisti, fanno sembrare questo luogo fuori dal tempo, eppure siamo a meno di dieci minuti dal Grand Bazar, un luogo decisamente brulicante di vita e persone.



Rimaniamo poco, il tempo della visita all’interno della moschea, poi decidiamo di continuare il giro attraversando la città vecchia.
Forse passiamo per le strade sbagliate, forse è l’inaspettato freddo, forse era diverso da come ce l’aspettavamo ma questa parte della città più che antica sembra semplicemente vecchia.



Ma, come sempre, quando si viaggia senza meta la sorpresa è dietro l’angolo. Dopo una riscaldante pausa in un caratteristico bar sbuchiamo sulla strada che costeggia le mura del palazzo Topkapi.
Le mura, di per se, sono davvero affascinanti e la stradina che le costeggia non è da meno. Circondata da palazzi storici è attraversata al centro dai binari del tram risulta, nel complesso, davvero carina.



Sosta davanti a Hagia Sophia, un museo con ingresso a pagamento. Rimaniamo a lungo indecisi se entrare o meno, scoraggiati dalla lunga fila ma alla fine, visto che scorreva veloce, ci decidiamo per la visita.
Prima dell’ingresso ci riposiamo su una panchina nella piazza antistante concedendoci una gustosa spremuta di melograno, bevanda tipica da queste parti; gustosa e dissetante, decisamente da provare.
Siamo andati un po’ lunghi con i tempi e ne resta poco per la visita al palazzo Topkapi. Purtroppo l’indomani abbiamo in programma una gita fuori Istanbul che ci porterà via quasi tutta la giornata quindi, un po’ di corsa, decidiamo di visitarlo.
Mediamente occorrerebbe una mezza giornata per vederlo bene, ma essendo noi dei turisti cialtroni riusciamo a visitarlo in poco più di due ore.
Lo so, avete ragione, non si fa, non è un buon modello di turismo questo, ma l’alternativa era non vederlo. Purtroppo quando si è in giro si è costretti al compromesso. In ogni caso, il tour di giapponesi entrato subito dopo di noi, ci supera in curva già al primo palazzo e quasi ci doppia mentre noi stiamo ancora gustando le stanze del Sultano uscendo circa venti minuti prima di noi, belli ordinati e in fila ma parecchio trafelati.
Avremo visto poco come loro ma almeno non abbiamo il fiatone…
Dal palazzo facciamo a tempo a scattare delle meravigliose foto del trafficatissimo canale del Bosforo.



Usciamo e passeggiamo nella piazza racchiusa tra Hagia Sophia e la Moschea Blu facendo pigramente qualche foto alla fontana che colora la sera che incombe.
Ancora non riesco a credere che qui faccia così freddo…

Giorno 3

Sarà la sesta o settima volta che passo tra Hagia Sophia e la Moschea Blu e ogni volta rimango meravigliato da questo particolare luogo di Istanbul che si presenta sempre più bello.


A rovinarmi il momento meraviglia ci pensano comunque i venditori di biglietti per i giri turistici sugli autobus che sembrano non conoscere la parola NO e non funziona scuotere ripetutamente la testa.
Sembro trovare un certo riscontro solo quando mostro loro il portafoglio vuoto… contento per la furbata mi sento ormai al sicuro finché non sento esclamare alle mie spalle: “allora facciamo domani quando torni con più soldi"…
Ai turchi piace vendere, il problema è che io odio spendere, una combinazione poco riuscita…
Il tram ci scarrozza proprio davanti alla stazione dei treni in una via molto trafficata. Attraversare si rivela abbastanza complesso, complice uno stile di guida giusto mix tra lo sportivo ed il creativo.
La stazione è molto bella da fuori, un po’ meno dentro. Foto di rito al binario dove arrivava, e tutt’oggi arriva, l’Orient Express, dove, al momento, giace un vecchio treno di pendolari alquanto malmesso e subito fuori, attraversando una sala d’aspetto per gente che sembra aspettare qui da molto molto tempo e non per prendere un treno.
Posto poco raccomandabile ma è più facile finire sotto una macchina che rapinati in questo incrocio.



Oggi si naviga, più precisamente si naviga sul Bosforo.
L’attracco è vicino al Galata Bridge, uno dei ponti più famosi della città, che collega la città vecchia con Beyoglu, la parte “moderna”, per arrivare ad Anadolu kavagi, sulla riva asiatica della Turchia. Oggi scavalleremo (se mi passate il termine) un intero continente.
Anche questa imbarcazione, così come i manichini del secondo giorno ed il treno regionale di questa mattina, deve aver visto giorni migliori, ma probabilmente la nave sta pensando la stessa cosa di noi tre, sperduti turisti fai da te, coperti alla meglio per proteggerci da un clima inaspettato e dispettoso.
Quindi, chi siamo noi per giudicare, lasciamoci traghettare verso l’altra sponda… in senso geografico, non metaforico…
A mano a mano che ci allontaniamo dalla città il viaggio si fa sempre più nel tempo che nello spazio. I paesini fuori Istanbul sembrano essersi fermati agli anni ’60.
Lungo le coste ci sono i luoghi di ristoro per sfamare i turisti di turno, ma già dalla barca si intravede come, dietro alle prime strade, ci siano poche vetture e poche case ed il ritmo della vita diventi immediatamente meno frenetico.
Venditori di yogurt fresco salgono ai diversi attracchi il tempo necessario di venderci qualcosa che noi puntualmente compriamo.
Arrivati ad Anadolu kavagi sbarchiamo in Asia. Una piccola città dedita al turismo visto che, delle tre strade che la compongono, il 99% delle attività sono ristoranti.



Il nostro obbiettivo, però, è salire sulla cima della collina da dove si dovrebbe vedere il Mar Nero.
La salita è impegnativa, almeno per un turista pigro come me e si snoda lungo stradine abbandonate, cimiteri inerpicati lungo il fianco della collina e case che spuntano dal nulla. In ogni caso, arrivare al castello sulla cima del promontorio che domina il paese è facile, basta seguire la massa di turisti scesi dal ferry.
Preso singolarmente il turista medio si perderebbe nel salotto di casa propria, ma in gruppo, non si sa per quale misteriosa formula magica, trova sempre il luogo da raggiungere.
Sarà stata la salita, sarà stato lo yogurt fatto in casa, sarà stata la fame in generale, ma fatte le due foto di rito dall’alto rientriamo in fretta verso il molo, non prima di aver sfamato Renata in un ristorante di pesce.
La navigazione verso il rientro a Istanbul è ancora più affascinante merito probabilmente dei colori del tramonto che sta calando sul fiume.



Rientriamo mentre la sera avanza ma, stranamente, non siamo stanchi. Passiamo dietro al Gran Bazar e ci ritroviamo a visitare un’altra moschea di cui non ricordo il nome.
Usciti ci perdiamo lungo una piazza che affaccia sul fiume e mostra l’altra parte di Istanbul, quella nuova che visiteremo con calma domani da cui ci godiamo un coloratissimo tramonto.
Come sempre perdersi nelle città rimane la soluzione ideale per viverle al meglio.



Alla sera passeggiamo per Sultan Ahmet Park costeggiando la Mosche blu, finendo, poco più in là, in un locale consigliato dalla guida.
Finita la cena, sul tetto del ristorante faremo delle suggestive foto della Moschea Blu da una prospettiva del tutto particolare, prima di congelarci definitivamente per colpa di un freddo che, di notte, diventa davvero insopportabile.





Giorno 4

Il quarto giorno, l’ultimo intero della vacanza, è dedicato al quartiere di Beyoglu che dicono essere la parte nuova della città, quella parte che strizza l’occhio all’occidente, che sfoggia nella sua via principale, Istiklal caddesi, le grandi firme dello shopping europeo.
Quella che, a mio avviso, vale meno la pena di visitare, non perché sia brutta di per se ma perché non è caratteristica.
Attraversato con il tram il Galata Bridge, ci apprestiamo ad una scarpinata verso Galata Tower, una torre con ingresso a pagamento che però ripaga ampiamente con una vista sulla città vecchia e sui ponti sul Bosforo a 360° con tanto di pennuti pronti a mettersi in posa per favorire l’artisticità delle foto.


Continuiamo la passeggiata fino alla via, di cui sopra, anch’essa attraversata da un tram e ci fermiamo in un paio di centri commerciali moderni e decisamente occidentali fino ad arrivare a Piazza Taksim, tristemente nota per i fatti di cronaca che si svolgeranno solo pochi mesi più tardi.


Questa parte di città non ci entusiasma, tanto che non pranziamo neppure, preferendo farlo vicino al nostro albergo nel cuore della vecchia Istanbul.
Almeno così pensavamo, finché non arriviamo a Galata Bridge dove, attirate dai venditori che si trovano nella struttura commerciale posta al di sotto del ponte, le mie compagne di viaggio si fermano per un panino con il merluzzo…
A prima vista sembra che un merluzzo intero abbia sbagliato mira e sia saltato direttamente dal fiume all’interno di due fette di pane caldo, quindi, per stare più comodo, abbia deciso di affettarsi sopra un paio di cipolle crude.
Il pesce, in generale, non mi attira e l’aspetto di quello sfortunato merluzzo atterrato per sbaglio dentro uno sfilatino mi ispira ancora meno, ma qui sembra essere un must, tanto vale provarlo.
Un consiglio, non mangiatelo se nel mese a seguire avete organizzato una serata romantica.
Al pomeriggio ci aspetta un’altra esperienza turistico – obbligatoria – caratteristica quando si è Istanbul: un giro al Gran Bazar.
Un girone infernale, a forma di mercato rionale con coperchio, migliaia di persone e migliaia di venditori, più o meno pronti a rifilarti qualunque oggetto capiti a tiro; e non è vero, come avevo letto su internet e su alcune guide che, se non tratti sul prezzo si offendono… no no, se non tratti sono contenti di portare a casa molto più del reale valore della cianfrusaglia made in china che ti hanno rifilato.
Semmai sarebbe più corretto dire che se tratti non si offendono; c’è una certa differenza.
Usciamo con due lampade, delle spezie, qualche cartolina e una calamita da frigo… poteva andare peggio… potevamo uscire con un cammello, una duna di sabbia, una lampada magica e il portafoglio vuoto…
La sera, prima di cena, ci concediamo una spipazzata con il narghilé in un locale che sembra una via di mezzo tra un portico abusivo e il tappeto volante di Aladino, anche se qui, questo tipo di intrattenimento, è piuttosto diffuso.
Avvezzi al fumo quanto un tricheco ha familiarità con il salto con l’asta usciamo dopo 10 minuti intossicati e pieni di mal di testa… venti lire turche ben spese...


Strano, siamo qui da quattro giorni e non ci siamo ancora presi la fregata tipica di ogni vacanza che si rispetti… proprio a questo pensavo mentre, la sera, cercavamo un locale dove mangiare.
Non faccio a tempo a terminare questo pensiero che un giovane ragazzo ci affianca dicendo di essere il receptionist del nostro albergo… mah non lo ricordo, ma essendo fisionomista come una talpa non mi faccio troppi problemi. Gentilmente il nostro nuovo amico ci consiglia di evitare i locali vicino alla Moschea perché troppo turistici e ci accompagna in un locale di sua fiducia dove ci consegna al proprietario dicendo di trattarci bene perché suoi ospiti e che, se dovessero esserci problemi, avremmo potuto riferirli a lui la mattina successiva.
Non rivedremo quel ragazzo mai più…
In ogni caso la fregatura si rivelerà abbastanza piacevole, mangiando del pollo cotto in una terrina di coccio rotta al momento del servizio, pagata carissima per i loro standard, per noi al prezzo di un normale ristorante, poco meno di 20 euro a testa, bevande e servizio inclusi…

Giorno 5



Ultimo giorno, ultimi giri. Visita alla basilica cisterna, davvero suggestiva anche se con un ingresso un po’ difficile da trovare (almeno per noi) e poi giù, dietro la Moschea Blu, verso Kennedy caddesi, oltrepassata la quale si ha una magnifica vista sul canale del Bosforo.



Un ultimo spauracchio con il pulmino che dall’albergo doveva portarci in aeroporto clamorosamente in ritardo, con annesso giro turistico della città per recuperare una decina di turisti sparsi per gli alberghi di Istanbul e corsa verso l’aeroporto da paura.

Arrivederci Istanbul…





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